Le Recensioni
Two is meglio che one, ovvero due Nabucchi di fila! PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Merli   

Reggio Emilia

NABUCCO - Giuseppe Verdi

Antony Michaels-Moore, Luciano Montanaro, Dimitra Theodossiou, Daniela Innamorati, Alessandro Guerzoni, Francesco Piccoli. Direttore: Michele Mariotti. Regia: Daniele Abbado. Teatro Romolo Valli, 18 ottobre.

 

Il Festival Verdi, dislocato oltre che a Parma, città il di cui glorioso Teatro Regio mette a disposizione gli organici, a Busseto e a Reggio Emilia, ha prodotto anche un festeggiatissimo Nabucco che si è potuto prendere letteralmente per i capelli, cioè all’ultima recita, nel prestigioso, bellissimo Teatro Romolo Valli. Teatro esuritissimo, va detto. Con buona parte del pubblico composto da melomani giunti un po’ da tutto il mondo: al mio fianco sedeva una nutrita e partecipe delegazione cinese e nei corridoi la lingua più parlata, dopo il locale e dolcissimo emiliano, era l’inglese. Insomma, questo Festival sembra davvero aver preso la strada giusta e si conferma ormai, internazionalmente, un appuntamento inderogabile.

Quale miglior suggello un’edizione in vero ottima sotto tutti gli aspetti. Iniziando dall’elegante messinscena di Daniele Abbado, già vista a Torino qualche stagione fa, ma che qui è parsa, forse per le dimensioni più raccolte del palcoscenico, ancor più impattante. Firma costumi e scene Luigi Perego: un incombente muro, quello del Pianto è ovvio, costituisce l’unico elemento scenico, ma la struttura è pivottante e quindi gira, si arretra ed avanza a seconda delle necessità. Si apre, infine, in tre aggetti che, come dei ponti levatoi, si spingono in avanti, consentendo alla regia movimenti molto teatrali a solisti e masse. Queste, il sempre valido e preparatissimo coro del Regio che segue gli ordini dell’ottimo Martino Faggiani, sono vestite come gli ebrei ai tempi dell’olocausto, anni quaranta dello scorso secolo, ed assistono impotenti all’evolversi dei fatti che i personaggi principali, in costume assiro babilonese, recitano quasi fosse una sacra rappresentazione. Viene disatteso, a furia di semplificare il tutto, il divario tra i due popoli, babilonesi ed ebrei, e quindi è il popolo giudaico ad invocare la morte di sé stesso. Il chè è una evidente forzatura, ma fa riflettere sull’atteggiamento -analizzato crudamente da Bruno Bettelheim in qualità di vittima- di passiva rassegnazione che ha cadenzato la vita nei campi di concentramento.

Insistenti applausi hanno ricevuto anche e soprattutto i fautori della parte musicale, avvincente in primis per la direzione infiammata, ricca nell’agogica quanto controllata nelle dinamiche e valido supporto nel canto, del giovane Michele Mariotti. Una lettura che ha siglato un "Va pensiero" memorabile per intensità, sensibilità nell’uso del rubato e dello stentando, ottenendo sfumature di nostalgica intensità, coinvolgendo il pubblico, attentissimo e palpabilmente commosso. Le urla di "bravo" poi, non provenivano solo dalla sala, ma anche dal golfo mistico e dal coro: a riprova di una stima che non tutti riescono guadagnare. Va poi detto dell’importante sostituzione di Zaccaria: malatosi il titolare, Carlo Colombara, il cover Luciano Montanaro, ingaggiato nelle recite precedenti quale Sacerdote di Belo (in quest’occasione interpretato da Alessandro Guerzoni) si è trovato sotto le luci dei riflettori con 24 ore di preavviso. E’ stata una bella sorpresa. Una rivelazione: una voce di sana robusta costituzione, verrebbe da dire, ampia e sonora su tutta la gamma, una voce italiana nel più autentico senso della parola, completata da una dizione chiara, scandita con insolito vigore. E’ stato proprio un bel debutto, andato oltre al merito di aver salvato la recita; ci si augura di riascoltare presto questo valente basso in altri ruoli. Si continui, poi, con la validità dei ruoli di fianco: al tonante Guerzoni, facevano degna compagnia il tenorile Abdallo di Francesco Piccoli e la precisa Anna di Maria Assunta Sartori. Daniela Innamorati, pregevole ed elegante Fenena, ha dimostrato le sue belle qualità vocali ed un’intensità ragguardevole nella toccante preghiera finale. Squillante e spavaldo, come il ruolo pretende, il tenore Mikael Spadacini, Ismaele. Indiavolata e perfida Abigaille, venata però anche di quel patetismo che spessso una lettura troppo squadrata nega, è stata Dimitra Theodossiou, colta in una serata di grazia vocale ed interpretativa. L’ammirazione non si ferma certo davanti a quei svettanti, penetranti Mi bemolli che riesce a piazzare alla fine del primo atto e a conclusione del duetto col baritono e che sono un po’ la sua firma. Personalmente trovo di grande intensità e molto coinvolgente il cantabile che precede la cabaletta, ripetuta rigorosamente due volte, e che infatti le è valso l’applauso più convinto tra quelli tributati a scena aperta. Naturalmente la sua comparsa alla ribalta finale è stato un prevedibile tripudio.

Si è lasciato per ultimo il protagonista, Anthony Michaels-Moore, pure accolto con grande entusiasmo dal pubblico. Entusiasmo che non ci si sente di condividire fino in fondo, pur riconoscendo la sostanziale adeguatezza vocale e la considerevole introspezione interpretativa. Insomma, l‘interprete c‘è e ciò gli valga la promozione. Non a pieni voti, però: perchè quella maniera di trascinare i suoni con portamenti alla perenne ricerca del "bel suono", in un ruolo che viceversa esige la scansione precisa della parola cantata, un fraseggio cosciente ed un accento vibrante, lo rendono buono, fors'anche ottimo, per i teatri d‘oltralpe. Qui la mancanza di "italianità" s'è fatta sentire... fin troppo.

 

Venezia

NABUCCO - Giuseppe Verdi

Alberto Gazale, Ferruccio Furlanetto, Roberto De Biasio, Paoletta Marrocu, Anna Smirnova, Luca Casalin, Francesco Musinu, Elisabetta Martorana. Direttore: Renato Palumbo. Regia: Gunter Kramer. Teatro La Fenice, 19 ottobre.

 

Importato da Vienna, lo spettacolo di Gunter Kramer, che firma regia e scene -queste inesistenti, limitandosi all’attrezzo di un tavolo ad otto gambe e due sedie, per altro fornite dalla Fenice stessa- è un "classico" esempio di teatro di regia alla tedesca. Disattendendo proditoriamente le didascalie del libretto di Solera, ci si immerge nel minimalismo nudo e crudo che oggi, anche in Italia, non è più una novità. Di nuovo assistiamo alla banalizzazione della diaspora ebraica con dei costumi -e si fatica a definirli tali- atemporali che comportano il grigio assoluto per le masse: trench per le donne, abito con gilé e cravatta nera per gli uomini. I quali, a seconda che calzino un cappello a large tese o tirino su il bavero della giacca e indossino degli occhiali da sole stile Ray Ban, si trasformano da ebrei in assiro-babilonesi di stampo pseudo mafioso. Il culmine della drammaturgia è raggiunto durante il celebre "Va pensiero" in cui ci si presenta dapprima il coro ordinatamente steso in riga sul palcoscenico, quindi affacciato al proscenio, come altretttante madri della tragicamente nota Plaza de Mayo di Buenos Aires, a protendere con fare inquisitorio le foto dei presunti parenti scomparsi. Si, sarà pure un‘idea "diversa", ma il rischio del qualunquismo, anche politico, è dietro l‘angolo. Specie in Italia dove, è da supporre anche per la proiezione dei sovra titoli, si capisce ciò che si canta. Uno spettacolo che sicuramente nei paesi di area germanica parrà di routine, ma che da noi fatica a passare, sebbene l’accoglienza di stima che ha tributato il pubblico -numeroso, ma pur sempre quello delle "prime" e quindi piuttosto inamidato- lasci pensare il contrario. Eppure Kramer dimostra una precisa impostazione dei caratteri con un trattamento registico mirato e ben a fuoco. Zaccaria, per esempio, perde i connotati di profeta tonitruante e minaccioso per acquistare un’umanità affatto nuova: di fatto è lui a convertire Nabucco, il quale più che di un re ha le parvenze di un boss di quartiere, quindi viene presentato in camicia di forza e da quest'ultima liberato solo nel momento della conversione. Ancor più deciso il ritratto di Abigaille, finalmente donna e non virago, affascinante e perversa al tempo stesso. Una vamp in conturbante e scollatissimo abito da sera rosso con body argentato, si scopre innamorata di Ismaele che cerca inutilmente di concupire fino alla fine. Si presta al gioco di potere più per insistenza del gran sacerdote di Belo, ridotto al grado di gregario del Capo, e tenta addirittura di avvelenare il padrastro, di cui invoca inutilmente l’affetto. Veleno che finirà col bere lei stessa, coram populi. Idee, e di quelle buone, non mancano, coadiuvate dall'illuminazione, assai suggestiva e ricca di proiezioni di Guido Petzold. Ma è l‘assieme, condito anche da imbaranzanti quanto superflue danze e caroselli sui tempi delle cabalette del basso e del baritono, che non convince del tutto.

Tutto il contrario la parte musicale. Innazi tutto in grande spolvero il coro, istruito da Claudio Marino Moretti e l‘orchestra, ubbidiente alla bacchetta di Renato Palumbo. Direttore che ha un‘affinità speciale per il primo Verdi, reso con piglio battagliero, senza falsi intellettualismi, ruspante e gagliardo, ma anche trascinante nelle volute più nobili e liriche. Certi rubato facenti capolino già durante la brillante sinfonia son serviti quale antipasto ad una lettura incalzante nel ritmo. Inoltre Palumbo sa accompagnare benissimo i cantanti. Tra questi citiamo per primo il veterano Ferruccio Furlanetto che, sebbene fosse reduce da una noiosa malattia che gli ha impedito di partecipare alle prove antigenerale e generale, ha tratteggiato un monumentale Zaccaria. Non si loda qui solo la professionalità del cantante in grado di affrontare senza risparmiarsi e senza timore un ruolo così impegnativo; si rimane ammirati per lo statuario risalto interpretativo che infonde ad un personaggio che rischia spesso d‘essere monolitico e pesante. La classe, per altro e per dirla alla veneta, non è farina di polenta! Altrettanto ammirevole Alberto Gazale che acquista ad ogni recita maturità d‘interprete e che nel poliedrico ruolo di Nabucco sa cogliere tutte le sfumature, dall‘arrogante protervia al dolore paterno, senza mai cedere sul fronte vocale perfettamente a fuoco. Paoletta Marrocu, Abigaille, è stata semplicemente ideale nella concezione registica e musicale del ruolo: donna a tutti gli effetti, dalle movenze feline e dalla mimica di grande espressività, ha composto un personaggio indimenticabile, deciso e lacerante, specie nel grande duetto del terzo atto e nel finale. Sul piano specificamente vocale dobbiamo mettere in conto l‘acuto graffiante, che tende a sfogare, ma la musicalità è di primordine. L'uso del legato, il canto spianato nell’adagio "Anch’io dischiuso un giorno" di rara suggestione, le meritano un convinto brava!. Una vera perla, in un ruolo che è poco più di un cammeo, la Fenena di Anna Smirnova, mezzosoprano dalla voce morbida, vellutata, rotonda, dall'acuto facile e timbrato. Molto bene anche il vocalmente prestante Ismaele di Roberto De Biasio ed apprezzabile il livello delle parti di fianco: la musicale Anna di Elisabetta Martorana, i puntuali Abdallo e sacerdote di Belo, rispettivamente Luca Casalin e Farncesco Musinu. Dell’atteggiamento inizialmente compassato del pubblico, quasi avesse paura ad interrompere la musica con gli applausi, s’è detto. Ciò non ha precluso un trionfo finale con ripetute chiamate alla ribalta.

 
I Puritani PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Merli   

Bergamo

I PURITANI - Vincenzo Bellini

Roberto Accurso, Giorgio Casciarri. Jessika Pratt, Enrico Giuseppe Iori, Annalisa Carbonara, Giorgio Valerio, Massimiliano Di Fino. Direttore: Marcelo Rota. Regia: Paolo Panizza. Teatro Donizetti, 12 ottobre.

Allestire I puritani è pur sempre una bella scommessa, massime se, come nel caso del Teatro Donizetti di Bergamo, si pretende offrirne una nuova revisione filologica. Stratagemma che spesso, più che da una reale urgenza di rivedere e correggere il testo e la sintassi musicale disincrostando le sovrapposizioni della consolidata prassi teatrale, è motivato dal più prosaico ed economicamente redditizio ripristino dei diritti d'autore che la nuova veste editoriale garantisce. E sia pure. Il tempo, l‘esperienza ed il buon senso teatrale, tuttavia, dovrebbero aver insegnato la massima "impara l‘arte e mettila da parte".

 
Don Pasquale PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Merli   

Brescia

DON PASQUALE - Gaetano Donizetti

Alessandro Spina, Samuele Simoncini, Davide Bartolucci, Ilina Mihaylova, Gianluca Fasano. Direttore: Francesco Maria Colombo. Regia: Mariano Dammacco. Teatro Grande, 10 ottobre.

Don Pasquale è opera che alcuni prendono sottogamba, considerandola, in senso quasi riduttivo, un’opera buffa, tutto sommato poco più di una farsa. Viceversa, non solo è l‘ultimo, glorioso, esempio dell‘opera comica italiana, venata per altro da un’amara filosofia nello scontro, sempre attuale, tra gioventù vincente e la non accettazione dell’inevitabile senescenza e solcata dall’emozionante piega patetica che si manifesta nel ripensamento di Norina, che dopo aver appioppato lo schiaffo al malcapitato protagonista, ne rimane commossa e pentita. Don Pasquale è soprattutto banco di prova di vocalità belcantistica e d‘interpretazione. Popolare certo, como lo sono Elisir e Lucia, da giustificarne l’inserimento con periodica puntualità nel circuito lombardo, ma forse non proprio adatta a giovani principianti.

 
Marin Faliero PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Merli   

Sassari 

MARIN FALIERO - Gaetano Donizetti

Giorgio Surjan, Luca Grassi, Ivan Macrì, Luca Dell’Amico, Leonardo Gramegna, Rachele Stanisci, Paola Spissu, Domenico Manini, Giuseppe di Paola, Enrico Marchesini, Aleksandar Stefanosky, Silvano Tola, Claudio Dionisi, Marco Ortu. Direttore: Bruno Cinquegrani. Regia: Marco Spada. Teatro Verdi, 3 ottobre.

Marin Faliero nel 1835 a Parigi competè con I puritani del Bellini -il quartetto di protagonisti fu lo stesso per entrambe le opere- soggiacendo al maggior successo dell’ultima opera del Catanese. Poco concede il morchioso libretto di Giovanni Emanuele Bidera a tenore e soprano, che pure dovrebbero costituire il nocciolo drammatico della vicenda. Viceversa il Bergamasco concepì per la Grisi e, soprattutto, per Rubini passi difficili. Per il secondo una tessitura impervia, addirittura sadica con sovrabbondanza di RE naturali e fin su al MI bemolle, nota proibitiva per un tenore. Nell’economia dell’opera giocano un ruolo determinante il baritono ed il basso -ai tempi erano Tamburini e Lablache- che anticipano i grandi ruoli del Simon Boccanegra e del Don Carlo e Verdi ne seppe cogliere il messaggio.

 

 
Attualitą... non pił fresche di giornata! PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Merli   

Bilbao

TROVATORE - Giuseppe Verdi

Francisco Casanova, Fiorenza Cedolins, Ambrogio Maestri, Irina Mishura, Oren Gradus, Nuria Orbea, Manuel de Diego, Eduardo R. Ituarte. Inigo Martin. Direttore: Fabrizio Maria Carminati. Regia: Paul Curran. Palacio Euskalduna, 20 settembre.

 

Il programma Tutto Verdi riprende a Bilbao con lo spettacolo inaugurale della stagione ABAO 2009/09: Il trovatore. Opera amata tra quelle della celeberrima trilogia popolare -si dice che Verdi, alla domanda quale delle tre preferisse, rispondeva: "Come Maestro di musica, Rigoletto, come amante della musica, La traviata, come uno qualsiasi del pubblico, Il trovatore- lo è particolarmente in Spagna perchè tratta dall‘omonimo dramma di Anton Garcia Gutiérrez, coetano di Verdi e dalla vita ancor più avventurosa, che a soli 22 anni firmò così il manifesto del teatro romantico spagnolo e anche perchè, nel dipanarsi dell’intricata e fumosa a tutti gli effetti trama, di storia spagnola si tratta: cioè della guerra di successione che insanguinò l’Aragona agli albori del 1400, morto senza discendenza Martin I, tra Jaime de Urgel e Fernando de Antequera. Le moderne messe in scene rifuggono come la peste il tardo medioevo, che pure si sposa idealmente con la fosca tinta notturna, rischiarata da pallidi raggi lunari e dal fiammeggiare di roghi, che Verdi a forza d’incalzanti boleri, cabalette e valzer seppe mirabilmente pingere. Oggi la moda imperante per Il trovatore, ed in generale per le opere degli "anni di galera", è quella di ambientarle ai tempi del nostro Risorgimento. Crinoline per le dame, anche quando sono già in convento, marsine per i militari, carbonari e contrabbandieri al posto di zingari e zingarelle. Finalmente, il povero Manrico è fucilato a bruciapelo anzichè correre al ceppo e finire sotto la mannaia.

 
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