Una Master Class di Belcanto PDF Stampa E-mail
Scritto da Andrea Merli   
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Una Master Class di Belcanto
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Non me ne vogliano i pur bravi altri artisti: tenore e bassi e direttore d‘orchestra, se si esalta la doppia e maiuscola prova di due signore del Belcanto. Iniziando dalla ewergreen Mariella Devia, Giulietta, su cui ormai è stato speso ogni superlativo. Verrebbe da ripetere -affettuosamente, chè tale era anche all‘origine- l‘esclamazione che sfuggì, qualche tempo fa durante la premiazione del soprano ligure con un meritatissmo Award de "l‘opera", alla "nazional-popolare" Ricciarelli, madrina dell'evento: "Fa proprio schifo e rabbia per come canta bene!". Ammirazione che si raddoppia di giorno in giorno poichè l‘ammiratissima Mariella, oltre a mantenere una freschezza vocale più che invidiabile, ora propone interpretazioni intense sul piano della espressività, emotivamente coinvolgenti, che riescono a catalizzare come non mai l‘attenzione del pubblico, ad esaltare i melomani più esigenti. La Giulietta belliniana, pur ascrivendosi ad una delle massime prove di canto nobile e alato, non prevede agilità strepitose nè escursioni funamboliche nei sovracuti. Piuttosto il canto elegiaco, la mestizia, ma anche la determinazione e una dose di ribellione femminista ante litteram, sono le caratteristiche. Valga ad esempio l‘aria di sortita, che secondo chi la canta può risultare addirittura soporifera e che invece la Devia ha cesellato con una tavolozza inesauribile di nuances di rara suggestione. Laddove, poi, si richiede la perorazione più accesa, sempre nella concezione nobile del canto romantico, eccola stesa al suolo ai piedi del padre lanciare dei Do acuti di incredibile nitore, timbrati, facilissimi. Addirittura l‘Artista riesce a sfruttare a fini espressivi l’inevitabile impoverimento in zona centrale: una certa aridità d’armonici conferisce il tocco della sofferenza spirituale e, insomma, rende all’eroina un’umana partecipazione che trascende il mero fatto vocale. Che aggiungere? Sì, una richiesta che è una supplica: signora continui ancora così, a donarci serate come questa. Abbiatene la certezza, quando la Devia deciderà -il più tardi possibile- di abbandonare le scene, difficilmente si sentirà cantare con tale perfezione.

Romeo era Sonia Ganassi e col dire che è stata il complemento ideale a tanta pulcritidine vocale già si fa un gran bel complimento. Non basta: a parte che il ruolo è musicalmente anche più impegantivo rispetto a quello di Giulietta, il mezzosoprano ha dimostrato un piglio interpretativo di grande presa, perfettamente attinente al ruolo. Certi scatti nel fraseggio, la foga nell’accento, lungi dall’essere fuori stile, fanno precisamente da contraltare alla femminile soavità di Giulietta e sottolineano la sostanziale differenza dei caratteri delle due virtuose, specie quando si affrontano nei duetti, vero e proprio tessuto connettivale di un‘opera sostanzialmente statica. Il libretto del Romani, del resto, nella sua smania di rendere più "semplice" la trama shakespeariana, finisce spesso con banalizzarla. E così si sono apprezzate l‘aria di sortita, dove la Ganassi riesce a trovare gli affondi del contralto che non è, e relativa cabaletta, il duetto col tenore e soprattutto ha commosso il finale, assolutamente toccante. L‘emozione, del resto, in teatro era palpabile ed il pubblico si è sfogato in vere e proprie acclamazioni per entrambe, sia alla conclusione dei singoli brani, quanto e soprattutto alla ribalta finale.

Bravi, si diceva, i maschietti: inizando dal tenore argentino Dario Schmunk, che pur evitando rischiose puntature acute ha delineato un Tebaldo elegante, incisivo e perfettamente in tono con le due dame. Nicola Ulivieri e Deyan Vatchkov nei rispettivi ruoli di Fra‘ Lorenzo e Capuleto, hanno completato onorevolmente il quadro a cui han contribuito il coro diretto da Domenico Longo e l’orchestra della Fondazione. Tutti obbedienti all’autorevole bacchetta di Donato Renzetti che, ancora una volta, si è dimostrato un direttore di vaglia, grande specialista del repertorio italiano, una garanzia nello specifico nostro melodramma.

Lo spettacolo, infine, ha contribuito in maniera determinante all’esito della serata. Si tratta di un Carsen d’annata, essendo una più che rodata produzione nata a Parigi, all’Opera Bastille, esportata poi un po’ in tutto il mondo: personalmente ebbi modo di vederla -e recensirla dalle pagine de l’opera- a Bilbao con interpreti Inva Mula, Daniela Barcellona e direttore Riccardo Frizza. Si gioca su due colori, il rosso ed il nero, con una scena scarna, essenziale, ma pure suggestiva e mobile nella struttura a pannelli: scene e costumi, eleganti e rigorosamente d'epoca, firmati da Michael Levine Azzeccata l'ottima l’illuminazione disegnata da David Cunningham. Uno spettacolo, ripreso meticolosamente da Emmanuelle Bastet, che paragonato ad altri di Robert Carsen è tranquillo, cioè quasi tradizionale. Anche questo è segno di intelligenza: non si può essere "rivoluzionari" a tempo pieno!



 

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