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Non me ne vogliano i pur bravi altri artisti: tenore e bassi e
direttore d‘orchestra, se si esalta la doppia e maiuscola prova di due
signore del Belcanto. Iniziando dalla ewergreen Mariella Devia,
Giulietta, su cui ormai è stato speso ogni superlativo. Verrebbe da
ripetere -affettuosamente, chè tale era anche all‘origine-
l‘esclamazione che sfuggì, qualche tempo fa durante la premiazione del
soprano ligure con un meritatissmo Award de "l‘opera",
alla "nazional-popolare" Ricciarelli, madrina dell'evento: "Fa proprio
schifo e rabbia per come canta bene!". Ammirazione che si raddoppia di
giorno in giorno poichè l‘ammiratissima Mariella, oltre a mantenere una
freschezza vocale più che invidiabile, ora propone interpretazioni
intense sul piano della espressività, emotivamente coinvolgenti, che
riescono a catalizzare come non mai l‘attenzione del pubblico, ad
esaltare i melomani più esigenti. La Giulietta belliniana, pur
ascrivendosi ad una delle massime prove di canto nobile e alato, non
prevede agilità strepitose nè escursioni funamboliche nei sovracuti.
Piuttosto il canto elegiaco, la mestizia, ma anche la determinazione e
una dose di ribellione femminista ante litteram, sono le
caratteristiche. Valga ad esempio l‘aria di sortita, che secondo chi la
canta può risultare addirittura soporifera e che invece la Devia ha
cesellato con una tavolozza inesauribile di nuances di rara
suggestione. Laddove, poi, si richiede la perorazione più accesa,
sempre nella concezione nobile del canto romantico, eccola stesa al
suolo ai piedi del padre lanciare dei Do acuti di incredibile nitore,
timbrati, facilissimi. Addirittura l‘Artista riesce a sfruttare a fini
espressivi l’inevitabile impoverimento in zona centrale: una certa
aridità d’armonici conferisce il tocco della sofferenza spirituale e,
insomma, rende all’eroina un’umana partecipazione che trascende il mero
fatto vocale. Che aggiungere? Sì, una richiesta che è una supplica:
signora continui ancora così, a donarci serate come questa. Abbiatene
la certezza, quando la Devia deciderà -il più tardi possibile- di
abbandonare le scene, difficilmente si sentirà cantare con tale
perfezione.
Romeo era Sonia Ganassi e col dire che è
stata il complemento ideale a tanta pulcritidine vocale già si fa un
gran bel complimento. Non basta: a parte che il ruolo è musicalmente
anche più impegantivo rispetto a quello di Giulietta, il
mezzosoprano ha dimostrato un piglio interpretativo di grande presa,
perfettamente attinente al ruolo. Certi scatti nel fraseggio, la foga
nell’accento, lungi dall’essere fuori stile, fanno precisamente da
contraltare alla femminile soavità di Giulietta e sottolineano la
sostanziale differenza dei caratteri delle due virtuose, specie quando
si affrontano nei duetti, vero e proprio tessuto connettivale di
un‘opera sostanzialmente statica. Il libretto del Romani, del
resto, nella sua smania di rendere più "semplice" la trama shakespeariana,
finisce spesso con banalizzarla. E così si sono apprezzate l‘aria di
sortita, dove la Ganassi riesce a trovare gli affondi del contralto che
non è, e relativa cabaletta, il duetto col tenore e soprattutto ha
commosso il finale, assolutamente toccante. L‘emozione, del resto, in
teatro era palpabile ed il pubblico si è sfogato in vere e proprie
acclamazioni per entrambe, sia alla conclusione dei singoli brani,
quanto e soprattutto alla ribalta finale.
Bravi, si diceva, i maschietti: inizando dal tenore argentino Dario Schmunk,
che pur evitando rischiose puntature acute ha delineato un Tebaldo
elegante, incisivo e perfettamente in tono con le due dame. Nicola Ulivieri e Deyan Vatchkov nei
rispettivi ruoli di Fra‘ Lorenzo e Capuleto, hanno completato
onorevolmente il quadro a cui han contribuito il coro diretto da Domenico Longo e l’orchestra della Fondazione. Tutti obbedienti all’autorevole bacchetta di Donato Renzetti
che, ancora una volta, si è dimostrato un direttore di vaglia, grande
specialista del repertorio italiano, una garanzia nello specifico
nostro melodramma.
Lo spettacolo, infine, ha contribuito in maniera determinante all’esito della serata. Si tratta di un Carsen d’annata,
essendo una più che rodata produzione nata a Parigi, all’Opera
Bastille, esportata poi un po’ in tutto il mondo: personalmente ebbi
modo di vederla -e recensirla dalle pagine de l’opera- a Bilbao
con interpreti Inva Mula, Daniela Barcellona e direttore Riccardo
Frizza. Si gioca su due colori, il rosso ed il nero, con una scena
scarna, essenziale, ma pure suggestiva e mobile nella struttura a
pannelli: scene e costumi, eleganti e rigorosamente d'epoca, firmati da Michael Levine Azzeccata l'ottima l’illuminazione disegnata da David Cunningham. Uno spettacolo, ripreso meticolosamente da Emmanuelle Bastet, che paragonato ad altri di Robert Carsen è tranquillo, cioè quasi tradizionale. Anche questo è segno di intelligenza: non si può essere "rivoluzionari" a tempo pieno!
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