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Iniziamo dunque con lodare la scelta artistica e con essa la bella
produzione, nata al Teatro Ponchielli di Cremona e firmata per la regia
da Andrea Cigni, scene e costumi di Lorenzo Cutulli, luci di Fiammetta Baldisseri.
Sebbene l’impianto corporeo sia sostanzialmente lo stesso, con pochi
spostamenti di quinte e con dei pannelli che evocano il tipico disegno
geometrico a righe alternante dell’architettura gotica fiorentina, le
scene sono veramente di grande effetto, tanto nel rendere l’ambiente
torbido, decadente e vagamente Liberty della Medium, quanto nella solarità dello Schicchi, che si apre su un cielo azzurro solcato da nubi alla Magritte. Caso mai, se si deve fare un appunto, mentre la regia della Medium è parsa perfetta, quella dello Schicchi
pecca di eccessivo intelletualismo: spostare l’epoca dal duecento a
quella di Goldoni è una trovata, ma bisognerebbe creare dei caratteri
più riconoscibili. I costumi, elegantissimi quelli di Cutulli,
dovrebero rendere più individuabili i vari personaggi. Altrimenti nel
continuo e sovrapponibile canto di conversazione pucciniano tendono ad
“andare insieme”. Ci sono poi dei dettagli, come quello dell’uccellino
che viene ucciso dal perfido Gherardino -un po’ troppo cresciutello ed
evidentemente … una ragazza- che non “passano” il golfo mistico. Cioè,
che nel teatro di prosa avrebbero un senso, ma che vengono fagocitati
nell’opera, là dove l’attenzione va al canto e alla musica. Peccati
veniali, s’intende. Lo spettacolo, nell’insieme e comunque, è parso di
rara efficacia e bellezza.
Così pure ha convinto la parte musicale. Innanzi tutto per la direzione dettagliata, precisa e mai prevaricante di Matteo Beltrami,
giovanissimo talento attivo soprattutto all’estero -e ciò pare ormai
una regola per i giovani Maestri italiani- che ci si augura di vedere
spesso in azione in Patria. Nella Medium si è avuta la conferma del grade istrionismo, nella accezione positiva del termine, di Tiziana Fabbricini,
che ha incarnato una sconvolgente Madame Flora. Da un punto di vista
vocale “olivereggia” molto -in una parte che non mi pare la Grande
Magda abbia mai affrontato- e fa uso di un declamato che, pur nella sua
efficacia, è parlato più che cantato: ma tant’è, ne esce un personaggio
a tutto tondo, magnetico. Tanto di cappello, insomma. Si attende con
curiosità il suo prossimo debutto ne La voix humaine di Poulenc dove raccoglierà, c’è da scommetterlo, un altro trionfo personale. Al suo fianco, la dolce Monica di Marta Vandoni Iorio, soprano; una bella ragazza, dai ragguardevoli mezzi vocali che però quale Lauretta, nello Schicchi, ha mostrato la corda di una tecnica che va ulteriormente affinata. Continuando con La medium, sono parse ottime Ornella Vecchiarelli, soprano e Nadiya Petrenko, mezzosoprano, rispettivamente Madame Gobineau e Mrs Nolan, poi efficaci Nella e Ciesca pucciniane, e altrettanto in ruolo Andrea Porta,
Monsiuer Gobineau prima, zoppicante Betto di Signa poi. Un discorso a
parte merita il centrale ruolo di Toby, che, sebbene muto, è il motore
della nevrosi che serpeggia in tutta l’opera e che alla fine viene
drammaticamente ucciso. L’attore e mimo Nicola Russo ne è stato
all’altezza, non di meno su questo personaggio la regia potrebbe aver
osato di più. Mi spiego: il fatto che venga sorpreso a travestirsi con
collane ed orpelli dalla terribile matrigna e che questa, poi, per
convincerlo a confessare gli prometta sciarpe d’oro ed altre
cianfrusaglie zingaresche, suggerisce una caratterizzazione più
precisa. Del resto, l’amore tra lui e Monica può essere, ed
evidentemente è, solo fraterno. In mano a un, che so … Bieito?,
quest’opera si presta ad essere trasportata di peso ai giorni nostri,
quando il mezzo televisivo imperversa e trionfa al posto della obsoleta
sfera di crsitallo, creando magari un parallelo tra le due
teleimbonitrici Marchi, Wanna e Stefania, e quel personaggino del Mago
du Nacimiento. Analogie ve ne sono fin troppe, ma non si vuole da
questa sede offrire ulteriori “suggerimenti alla regia”!
Tutt’altra temperie, si è anticipato, nel Gianni Schicchi,
solare e piacevolissimo alla vista. Ai già citati interpreti vanno
sommati altri, tutti in ruolo e musicalmente ineccepibili: la irruente
Zita di Silvia Beltrami, bella voce di mezzo, il Rinuccio un po’ caprino nel timbro, ma sostanzialmente corretto di Camillo Facchino, il fin troppo aitante, per contrasto, Gherardo di Paolo Cauteruccio, l’ottimo Simone di Luca Tittolo, il Marco di Marcello Rosiello, il Mastro Spinelloccio di Luciano Leoni: bene nell’accento emiliano, un po’ troppo frou frou
per essere un medico (anche questa una novità registica) ha convinto di
più come Ser Amantio di Nicolao, il notaio. Citiamo infine i puntuali Riccardo Dernini e Roberto Maietta, rispettivamente Pinellino e Guccio e la meteorica apparizione di Bianca Pedretti, farfalleggiante Gherardino.
Si è lasciato buon ultimo il protagonista, Bruno Taddia:
pur apprezzando da tempo le qualità ed il temperamento di questo
artista, degno allievo del grande Paolo Montarsolo, ha tuttavia
sorpreso per la sensazionale interpretazione. E’ pur vero che Taddia
non era alle prese per la prima volta col personaggio, ma oltre a
rispettare meticolosamente la forte caratterizzazione registica, che ne
esaspera il lato maligno e un po’ gaglioffo, è da ammirare per come
sfrutta al massimo l’uso della parola scenica, l’accento e le
inflessioni, determinanti per dare risalto a questo monumentale eroe
negativo. Oltre all’uso delle C e T aspirate alla toscana che, senza
esagerare, focalizzano ancor più il fatto che Schicchi scenda dal
contado ed appartenga alla Gente nova, irresistibile la
definizione di Buoso Donati a cui è conferita una personalissima
vocetta. Naturalmente Taddia non ha mancato l’appuntamento con l’arioso
“Ma non capite? A che zucconi!”. Il suo timbro, va aggiunto, non è
particolarmente privilegiato, ma personale ed individuable. Eppoi, che
importa quando la voce è usata correttamente e, soprattutto, con
espressione ed intelligenza di interprete? Bene, bravo, bis!
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