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Ora, parlare di filologia -termine quanto mai abusato- nell'operetta è
come bestemmiare in chiesa. Se c'è un genere che esige la
contaminazione, l'adattamento alle più svariate lingue, dal giapponese
all'arabo, nella ricerca di pura e semplice evasione che si raggiunge
attraverso la comunicazione diretta ed immediata e la complicità con il
pubblico, è questo. Naturalmente si deve rispettarne lo spirito, la
musica e mantenersi a dei livelli, specie nei casi in cui si intenda
-altro errore per un genere che nasce “popolare”- nobilitarla, come
molto probabilmente era nelle intenzioni di Pizzi e dei direttori della
Scala.
Di buone intenzioni,
però, è risaputamente lastricata la strada dell'inferno. Rinunciare
alla parte recitata nell'operetta -ma il discorso vale per la zarzuela, per il Musical
come per i recitativi secchi dell'opera pre romantica: si pensi per
fare un esempio ai libretti scritti da Lorenzo Da Ponte, autentici
capolavori teatrali oltre che poetici, e si comprenda lo
sproposito, l'enormità del delitto- significa una sola cosa: non
crederci. Ed allora è meglio lasciar perdere. Un corpo senza scheletro
-e che quello della Vedova, sia per quanto riguarda il testo
originale di Viktor Léon e Leo Stein che nella “vecchia” traduzione di
Ferdinando Fontana, poeta della Scapigliatura e, tra
l'altro, librettista pucciniano giova ricordare, sia “improponibile”
sembra un giudizio temerario- non si regge. E così “l'operazione
vedova”, parafrasando una felice battuta della "intollerabile" versione
italiana, è abortita nel nascere.
Certo, Pizzi è, quanto
meno, sinonimo di qualità, l'orchestra della Scala -sul coro in
quest'occasione, si taccia- è pur sempre superiore a quella disponibile
normalmente per un'operetta, ma lasciare a Philippe Daverio,
opinionista di fama soprattutto lombarda, il compito di narrare -male,
male amplificato e con dizione spesso inintellegibile- la trama,
infarcendola pure di svarioni storici e musicologici, è stata una
scelta che non si esagera nel definire sciagurata: lo ha fatto nel 1993
a Glyndebourne Dirk Bogarde, ma, al di là dei risultati raggiunti in
quella sede, stiamo scherzando? Il parallelo ha semplicemente del
grottesco.
Lo spettacolo, in sé,
avrebbe una sua tetra, mesta eleganza: una cornice riflettente che
rispecchia la sala spesso illuminata per un gioco di teatro nel teatro
che, pur non costituendo una novità, funziona sempre da quando Visconti
lo ideò per il finale de La sonnambula con la Callas, quinte nere ed attrezzo (più che scene vere e proprie) bianco per evocare l'epoca della Musical Comedy
hollywoodiana -anche questa è una scelta che non giunge nuova ed in
Pizzi prevedibilissima- dei costumi adeguati ai tempi e, va detto,
sfarzosi e luccicanti per le donne. Registicamente Pizzi ha pescato a
piene mani dalle precedenti Vedove: si parte con la citazione cinematografica di Lubisch, ma c'è anche il Bolognini della Vedova
romana con la Kabaivanska e, addirittura, il Gino Landi di quella
triestina con la Serra! Se si tratta di un tributo volontario,
complimenti. Come quello, evidentissimo, di evocare via via Wanda
Osiris all'ingresso della Glavari, che scende la scalinata attorniata
da boys e poi in passerella distribuisce rose rosse al pubblico (quelle della Wandissima erano impregnate di costoso profumo Arpege...), la Dietrich vestita in abiti maschili e la Harlow, mollemente distesa su canapè.
Peccato che, delle tre Divine citate, la protagonista Eva-MariaWestebroek
non evochi nemmeno l'ombra. La sua figura matronale risulta spesso,
come dire?, ingombrante e comunque troppa per un partner che le arriva
sotto il mento. Il vero guaio è che manca di un'identificabile
personalità di attrice: ciò si è reso particolarmente evidente nel melodramma del secondo atto, quando deve, comunque, recitare sulla musica. Non si parli di charme,
di femminilità conturbante, di potere di seduzione. Attributi che,
anche nelle intenzioni registiche, dovrebbero appartenere al
personaggio. Quel che delude maggiormente, però, è il versante vocale:
voce sonora, importante, è vero, ma tesa già sul Si naturale
nell'arioso dell'ingresso e nella conclusione della Vilja, dove
ha pure avuto difficoltà ad articolare le parole e che cantata da lei
suonava “Vila”. Acuti stiracchiati, insomma: un grido prossimo alla
stonatura il primo, un pianissimo inudibile il secondo. Nel duetto
“Tace il labbro”, infine, è stata provvidenziale la calata del sipario
di specchi -in realtà tutta l'operetta sembra risolversi con siparietti
alla moda televisiva degli sketch- perché ha dato l'illusione
di una chiusa in smorzando, mentre entrambi, Anna e Danilo, cantavano a
squarcia gola. Sarà che nel repertorio d'aria germanica siamo ormai
rassegnati alle urla, ma in Lehar, né più né meno che in Mozart, la
linea di canto ha la sua importanza, eccome!
Il Danilo tenorile di Will Hartmann
-agevolato da un rialzo di tono rispetto all'originale tessitura
baritonale... e si parla di filologia!- canta bene, si muove con
agilità, ma il tono blasé del personaggio non gli appartiene e
in quanto a grinta e fascino sono quelle di un impiegato al catasto.
Meglio l'altra coppia, Valencienne e Camillo: Nino Surguladze,
mezzosoprano, è fin troppo spigliata -pur dichiarandosi “donna onesta”
si concede ripetutamente in scene che vorrebbero essere conturbanti e
prendendo sempre lei l'iniziativa- Dmitry Korchak è più in
parte: un simpatico e brillante innamorato, cantato con stile e bella
voce, da cui ci si poteva aspettare, però, il Do acuto nell'aria “Come
di rose un cespo” preso in pianissimo. Ma già così va bene. Gli altri?
Mutilati della parte recitata hanno poco da cantare e niente da dire.
Le tre mogli degli addetti d'ambasciata vengono, addirittura,
fagocitate dal coro. Si spendano due righe per la direzione di Asher Fisch.
Un Maestro che si dice sia bravo nel repertorio sinfonico, ma che
dell'operetta non ha capito nulla. Direzione senza slancio e spesso
noiosa. Come del resto lo spettacolo che ha ricevuto risicati applausi
a scena aperta, ma che alla fine è stato coronato da un successo
sproporzionato. Complice l'uso della passerella, vetusta “tradizione
peninsulare” che fa molto avanspettacolo e alla quale, ruffianamente,
non s'è voluto rinunciare.
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