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Onore al merito, dunque, per la direzione artistica del Teatro Comunale
di Bologna che, a pochi anni dell’andata in scena a Cagliari di quello
che è considerato il capolavoro assoluto di Marschner, Hans Heiling (altra storia soprannaturale che si svolge nel mondo degli gnomi) ci propone per la prima volta in forma scenica in Italia Der Vampyr (la "prima" a Lipsia il 29 marzo del 1828)
precedentemente eseguito, ma in forma di concerto, solo a Roma, nel
1980, sotto la direzione di Gunter Neuhold. Ispirato al racconto Il Vampiro di John William Polidori ed ad altri racconti horror che in epoca romantica alimentavano il gusto noir
di gran parte della letteratura anche nobile ed alta, da Goethe a
Hoffmann su su fino a Baudelaire e Poe, il libretto fu approntato dal
cognato di Marschner, Wihelm August Wohlbruck. Ha tutti gli elementi
necessari per suggerire un’azione ricca di colpi di teatro e anche un
tocco d’ingenuità, intrinseca per altro alla trama fantastica: la
fedeltà ad un giuramento, prestato ad un mostro, non ha alcun senso,
specie se, nel momento in cui la vera identità del vampiro è svelata,
non comporta altro che la dissoluzione nelle fiamme del medesimo e
nessuna conseguenza per il fin troppo fraterno amico che, sparito il
rivale in amore e morte, convola immediatamente a nozze con la vittima
salvata in extremis. Ma il testo, e la musica, sono anche un
riconoscibile tributo a Mozart. Evidenti le analogie col Don Giovanni:
chiaro parallelo tra la risoluta Malwina e Donn’Anna, come quello tra
l’intrepida Janthe e l’ingenua Emmy, che pure non dubitano a tradire i
propri fidanzati nel dì delle nozze, ammaliate da Lord Ruthven, alias
Conte di Marsden, nè più nè meno che Elvira e Zerlina da Don Giovanni.
La trama si svolge in una poco probabile, misteriosa
Scozia. Patria, risaputamente, di fantasmi e mostri lacustri, dove Lord
Ruthven, vampiro a tutti gli effetti, durante una congrega notturna di
streghe e maghi ottiene da un pittoresco Re dei vampiri di tornare per
un anno tra i comuni mortali a condizione di procurare nell’arco di una
giornata e prima che scocchi la mezzanotte, non una, bensì tre pure e
dolci -i vampiri non hanno problemi di diabete- fanciulle vergini.
Impresa che, agli albori del diciannovesimo secolo, doveva essere
relativamente facile. Il padre della prima però, con una frotta di
paesani armati, lo raggiunge proprio nel mentre l’ha dissanguata e
riesce pure a ferirlo, lui crede, mortalmente. Ma i vampiri di
Marschner e cognato risorgono al chiarore della luna, specie se a
trascinarli fuori dalla grotta e nella radura trovano un allocco come
Edgar Aubry -non a caso nell’opera un tenore- che pur scoprendo la vera
natura di colui che un tempo gli salvò la vita (forse quando non era
ancora un sanguinario essere dell’aldilà) giura in nome di una
malintesa amicizia e sotto minaccia di maledizione eterna di mantenere
l’atroce segreto. Della serie: tanto uccide le fanciulle vergini e io
non sono nè l’una nè tanto meno l’altro.
L‘azione si complica. Aubrey ama riamato Malwina il
cui nobile padre, però, si rifiuta di darla in sposa ad uno spiantato.
Specie ora che è apparso all’orizzonte un certo Conte di Marsden che
altri non è che l‘assetato vampiro. Edgar ha il sospetto di averlo
visto… qualche ora prima, ma crede alla favola di un fratello gemello
(siamo al livello delle paradossali parodie di Gilbert musicate da
Sullivan) mai poi riconosce sulla mano del Conte una cicatrice che gli
è familiare. Sta per smascherarlo, ma è trattenuto dal giuramento fatto
al vampiro.
Il secondo atto si apre con una kermesse
popolare: si stanno per celebrare le nozze tra il Masetto di turno, in
realtà George servo del vampiro e la candida Emmy. Questa, sebbene
prima intrattenga i villici con una ballata sui vampiri e quindi sembri
edotta del pericolo a cui si espone, avvicinata dal maliardo conte ne
accetta la corte. Non si pone scrupoli nemmeno dopo una scenata con il
promesso sposo e, in mancanza di un casinetto, si intruppa col
seduttore sotto i pini del boschetto con esiti fin troppo prevedibili.
Il cornificato (è il secondo tenore…) sopraggiunge quando lei è già
fredda ed immobile, fa in tempo a sparare un colpo di rivoltella al
vampiro, ma … “Luna tu non sai dirmi perchè” -tutt’altra musica, ma viene al caso- questi risorge giusto in tempo per raggiungere la terza vittima.
Non ha fatto i conti, però, con l’amorosa tenacia di Malwina, che non è
disposta a rinunciare al povero ma bello Edgar. Il commendatore di
turno, però, è inesorabile: o con lui o… con lui e di Aubrey non vuol
sentir parlare. Non l’insospettisce nemmeno l’ansia del Conte, che ha
una fretta indiavolata -è il caso di dirlo- di sposarsi prima di
mezzanotte. Edgar, messo alle strette e sfidando l’ire vampiresche,
svela infine chi sia il sedicente Conte di Marsden. Costui viene
incenerito da un provvidenziale fulmine e poichè la maledizione si
rivela senza effetti collaterali, accettate le scuse paterne i due
innamorati convolano a giuste nozze nel comun gaudio.
Con un soggetto del genere si può immaginare cosa potrebbe ricavare un regista fantasioso. E si è rimasti con questa curiosità: Pier Luigi Pizzi, che ha messo su una catena di montaggio di regie d’opera grazie ad un’equipe
di “aiuti” di ogni genere (costumista, scenografo, eccetera) la
fantasia l’ha esaurita da un bel pò. Lo si è visto nella recente Vedova scaligera, lo riconferma questo prodotto incellofanato, buono per ogni occasione: dalla Traviata al Così fan tutte. Sarà anche che alcuni componenti vengono riciclati: è da sperare almeno i costumi, che singolarmente sembrano usciti dall’atelier della Biki, ma che con quest’opera, come tutto il resto, non c’azzeccano.
Siamo alla “solita” trasposizione d’epoca: non più i Trenta, nè i
Settanta. E' l’epoca attuale. Il risultato è una sconfortante
genericità, che scade nella banalità quando il coro, tanto per
cambiare, balla il twist sul ritmo dei landler
di Marschner, che inglesi non saranno, ma nemmeno sono musiche da
discoteca. La monumentale montagna bianca della prima scena è, nudo e
crudo, un corpo femminile in posizione da visita ginecologica. La
grotta dei vampiri è la vaggina. Si è ispirato, si legge nel programma
di sala, al quadro di Gustave Coubert, del 1866, L’origine du monde.
Mah! Ambiguità sessuali, soprattutto di identità, tra i vampiri se ne
trovano ogni piè sospinto; tanto in letteratura, la lesbica Carmilla
descritta da Sheridan Le Fanu, quanto nel cinema: il gayo
vampiro di Polanski nel film “Per favore non mordetemi sul collo”. Ma
allora buttiamola decisamente sul sesso, anche perchè il rapporto
ambiguo tra Aubrey e Ruthven viene alla luce nel corso di un duetto tra
i due, in cui il mostro esce letteralmente dall’armadio cercando di
giustificare la sua patologia: 'sti vampiri, in fin dei conti, cosa fanno? Succhiano il sangue ... forse è meglio lasciar perdere.
Sostanzialmente a Pizzi va rimproverato il non aver evocato
un’atmosfera, anche per via di un’illuminazione quanto mai piatta e
senza nessuna magia. Nè un neo-gotico decadente ed opprimente, nè
un'inquietante modernità metropolitana: anzi, tra popolo e nobiltà non
c’è proprio differenza. Tutti sono vestiti egualmente a festa. I due
mondi, che pure musicalmente son ben differizzati, piombano così in
un’anonima globalizzazione. Nemmeno il protagonista ha una precisa
personalità, salvo una lascivia superficiale e volgare agli antipodi
del mito di Don Giovanni,
cui è chiaramente debitore. Fino a che punto le smorfie fantozziane,
sbavando sul collo delle malcapitate la grossa lingua e gli
atteggiamenti d’impacciato Mister Been siano stati suggeriti dalla
regia o farina del sacco dell’interprete, non è dato sapere. Certo è
che, lungi da suscitare raccapriccio ed orrore, l’effetto di comico
involontario ha fatto sfuggire più di una risatina al pubblico.
Pubblico che, va detto subito, ha decretato un
successo trionfale a tutti i fautori della serata, inizando dalle
masse: sarte, truccatrici e parrucchiere chiamate alla ribalta per
prime -del resto il gioco ruffiano era già iniziato facendo circolare
cani lupo in scena al primo atto- per manifestare contro i ventilati
tagli al FUS. Alla fine han fatto la comparsa in scena anche due
striscioni che recitavano uno: “Non siamo noi i vampiri”, l’altro: “Ci
dipingono così”, parafrasando la celebre battuta di Jessica
Rabbit. Urge una riflessione: se ci sono pochi soldi, prima di ridurre
il numero delle produzioni, non sarebbe il caso di evitare spettacoli
come questo costoso quanto inutile? E’ proprio necessario chiamare
Pizzi quando si potrebbe aver cooprodotto o importato l’allestimento,
visto che nel corso di questo 2009 ve ne sono ben quattro altre
produzioni nel solo ambito europeo: due in Germania, una in Olanda e
l’altra in Francia? Quand’è che inizieremo, per davvero, a risparmiare?
Ma già, questa è un’altra storia. L’importante non è produrre, ma
garantirsi gli stipendi ed il posto di lavoro fisso. Non si vorrebbe
entrare in politica e polemizzare, ma si è costretti in questo
specifico caso.
E veniamo alle note allegre: quelle della musica. Innanzitutto lode al coro, davvero ben istruito da Paolo Vero,
che ha dimostrato di saper cantar piano, di essere omogeneo e, al
tempo, timbricamente vario. Inoltre ha dimostrato una buona capacità
attoriale soprattutto nella scena del cocktail del primo atto e nella
kermesse del secondo. Buona la prova dell’orchestra, nonostante qualche
evitabile incidente dei corni già nella sinfonia. La direzione di Roberto Abbado è
parsa attenta e sostenuta da un ritmo coinvolgente. Non di meno, e
sebbene oggi si esegua la revisione musicale e testuale che elaborò nel
1924 Hans Piftzner, in queste musiche aleggiano ben riconoscibili i
giri armonici della musica romantica tedesca, riverbera un’eco
weberiana e si riscontrano anticipazioni wagneriane, ma anche citazioni
rossiniane e del Settecento appena trascorso. Meriterebbero una
tavolozza di colori più varia ed un’agogica più fantasiosa. Qualche
pesantezza, qualche frastuono hanno coperto più di una volta le voci.
Il cast è parso pressocchè ideale: iniziando dalle tre dame. Carmela Remigio, dotata
di squisita femminilità e di presenza avvenente, è stata una splendida
Malwina. Il suo è puro belcanto, sebbene attraverso una vocalità che
evoca quella di una Fiordiligi o della Contessa Rosina mozartiane.
Canto di agilità, ma anche con un’escursione frequente all’acuto con
suoni presi di getto, senza portamenti, con una pulizia, esattezza ed
una musicalità adamantine. Soave nell’espressione, decisa nel
fraseggio: forse il suo tedesco parlato sarà censurabile, ma a Bologna
pochi lo avranno notato. Lo stesso dicasi per la brillante Emmy di Donata D’Annunzio Lombardi, soprano coloratura di bel piglio lirico, decisa presa del personaggio. Anche lei come, del resto la Janthe di Manuela Bisceglie
che essendo la prima ad essere vampirizzata ha purtroppo ben poco da
cantare e quel poco lo rende a meraviglia, bellissima ed elegantissima,
tanto nel gesto quanto nel portamento. Quel diavolo d’un vampiro,
insomma, aveva morso a buono!
La rivelazione, per chi firma e per gran parte del pubblico, è stata però il giovane tenore nortamericamo John Osborn, che tra l’altro ha già cantato con successo a Roma l’Arnoldo -parte temibilissima- del Guglielmo Tell e recentemente a Minorca ha avuto un trionfo personale quale Arturo ne I Puritani.
Oltre a dimostrare una notevole duttilità d’interprete, e per fraseggio
veemente e per accento appassionato, è venuto a capo della
difficilissima e lunga aria riscritta da Wagner, raccogliendo a scena
aperta e poi anche alla ribalta finale, l’applauso più convinto. Voce
estesa, possiede un timbro apprezzabile ed una ricchezza di armonici
che di solito difetta ai tenori delle sue caratteristiche.
In confronto, anche se giustamente coinvolto nel
trionfo collettivo, ha avuto meno successo proprio il protagonista, il
pur valido baritono Detlef Roth,
colto probabilmente in una serata non ottima. Va detto a sua difesa che
la parte è micidiale, molto acuta, e che non è stato assolutamente
aiutato dalla regia. Bene gli altri, iniziando dal gruppo dei
caratteristi, Thomas Morris, tenore e Conal Coad, basso,
due degli ubriaconi nella kermesse a cui nel quartetto sono affidate le
frasi principali. Rispondevano loro, l’aitante basso Gabriele Ribis e Mario Bolognesi, una macchietta tra le macchiette. Monica Minarelli era la brontolona Suse, in un poco probabile abito di lamè. Roberto Tagliavini, disperato Sir Berkley, ha cantato al buio sotto la luce delle torce a pila, ma con invidiabile linea musicale. Il volenteroso Paolo Cauteruccio,
viceversa, era fin troppo in evidenza in una parte, quella di George
Dibdin lo sposo tradito, al di sopra delle sue possibilità, la
giovanile baldanza ed il bel figurino hanno in parte compensato.
Concludevano l’elenco il Capo dei Vampiri, recitato da Karl Heinz Macek e un servitore di Berkley, il tenore rumeno Adrian Sampetrean.
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