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TURANDOT
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Nel 1919 aveva già loro commissionato un libretto dall'Oliver Twist
di Dickens, dopo averne vista a Londra una riduzione per le scene. Ad
opera compiuta, il libretto fu bocciato. Fu allora che Simoni suggerì
una “fiaba scenica” di Carlo Gozzi. Il titolo di Turandot fu
proposto da Puccini che, per altro, sapeva benissimo che di recente,
nel 1917, Busoni l'aveva messa in musica, ma egli si immaginava secondo
l'uso parodistico delle messinscene alla tedesca di moda allora ... e
anche oggi, purtroppo! Adami e Simoni lo tranquillizzarono: loro
intendevano immettervi tutta l'umanità che il Gozzi (e Busoni,
s'aggiunga) non s'era mai preoccupato di evidenziare.
Puccini si mise
all'opera con entusiasmo. Aveva sofferto un'astinenza da lavoro di
quasi due anni interrotta solo, nel 1919, dalla composizione dell'inno
a Roma, “pezzo d'occasione” definito da lui stesso in una lettera alla
moglie “una bella porcheria”. Fu una fatica durissima, non per mancanza
d'ispirazione musicale, ma come al solito, più del solito, per via del
libretto, della drammaturgia. Quattro anni e mezzo di scambi epistolari
documentano un iter
angoscioso e complesso. Dopo aver praticamente concluso il primo atto,
nel settembre del 1921, Puccini lanciò l'idea, poi subito abbandonata,
di fondere il secondo con il terzo. Un anno più tardi era sempre alle
prese con l'irrisolto duetto dello “sgelamento della principessa” con
tale incertezza da sfiorare l'ipotesi della rinuncia: “Forse
restituisco i soldi a Ricordi e mi libero”, scrisse ad Adami. Gli
appelli disperati rivolti a Simoni nel 1924 per avere finalmente i
versi potrebbero indurre a credere nella pigrizia o incapacità del
librettista, ma in realtà i tentennamenti del Simoni erano il riflesso
di quelli di Puccini che passava da un rifacimento all'altro. Ancora il
10 ottobre di quell'anno Puccini ne sollecitava la versione
“definitiva” ed il 4 di novembre partiva per la clinica di Bruxelles
portandò con sé l'abbozzo delle scene finali, trentasei pagine che
rimasero tali: morì appena venticinque giorni dopo.
Dobbiamo ringraziare il
cielo se l'Autore non attese il compimento dell'opera per strumentare
il resto: fino alla scena della morte di Liu tutto era definito,
compresa l'orchestrazione. Il resto era appunto abbozzato e nemmeno
interamente. Alcune annotazioni a margine assumono così il valore del
presagio: “qui trovare la melodia tipica vaga insolita”. L'opera,
nondimeno, andava completata e per l'incombenza Toscanini designò
Franco Alfano, sebbene la parte da lui composta fu eseguita soltanto a
partire dalle repliche -e con tagli sostanziali- perché alla “prima”,
il 25 aprile 1926, il Direttore s'interruppe dopo le ultime battute
autografe e rivolto al pubblico disse: “Qui finisce l'opera perché a
questo punto il Maestro è morto”. Del resto quella era stata l'estrema
volontà di Puccini che, forse conscio del destino che l'attendeva
partendo per il Belgio, l'aveva pregato di comportarsi così.
L'incompiutezza di Turandot
è rimasta il rovello dei critici, specie ora che è stato composto un
nuovo finale da Luciano Berio, al punto di dare quasi maggior
importanza alla scena mancante che al resto dell'opera. Quell'eterno
rinvio alla conclusione è parso a molti un vero e proprio sentimento di
impotenza. Per la prima volta Puccini affrontava il tema dell'amore
come redenzione, ben diversa è la situazione drammatica dell'altra
opera che termina col lieto fine: La fanciulla del West. Il
motivo era talmente lontano dalla sua poetica da non riuscire a
definirlo in musica. La maggior parte delle eroine pucciniane pagano
un'inevitabile punizione per aver amato, invece la crudele Turandot
nell'amore trova il disgelo ed il riscatto: il vero personaggio
pucciniano dell'opera rimane così l'umile Liu, che paga con la morte
l'amore inconfessato. Non a caso questa è l'autentica conclusione
dell'opera.
Turandot, più di ogni altra di Puccini, è opera del “nuovo
secolo”. Non tanto per riferimenti stilistici, per altro evidenti, a
Debussy ed a Stravinsky, quanto perché rappresenta il punto d'arrivo
del tormentato cammino intrapreso già con Butterfly nel
progressivo allontanamento, tutto novecentesco, dal dominio del canto
spiegato nella affannosa ricerca dell'insolito, di “vie non battute”,
andando oltre la semplice e pura melodia, evitando la retorica, le
“trionfalate” tanto care invece ai suoi colleghi della “Giovane
Scuola”. In Turandot si manifesta la crisi d'ogni codice
sentimentale e morale che portò alla congiuntura totale del melodramma.
Ciò non esclude l'intrusione di languori e struggimenti per definizione
“pucciniani”, ma certo li riduce a nostalgie, a fantasie decadenti,
strenuamente estetizzanti lontane, ormai, dal naturalismo sentimentale
del primo Puccini. E' l'eco di un mondo che si esaurisce
definitivamente con la morte dell'ultimo nostro Grande Operista.
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