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Ovviamente nè il regista svizzero, nonostante gli italici nome e cognome, Marco Anturo Marelli nè il suo assistente alla regia, il napoletano Enrico De Feo
cui si deve la ripresa di questo spettacolo che, dopo aver debuttato a
Losanna, approda ora al prestigioso Théatre du Capitole di Tolosa,
avevano in mente quella inquadratura cinematografica che pure è
riaffiorata nel ricordo di chi scrive mentre la Contessa intona la
celebre aria del secondo atto e riflette sul suo stato di donna “offesa
e alfin tradita” e sconsolata si chiede “dove sono i bei momenti?”. Il
gesto di scoprire il cembalo, che sembra dimenticato sotto un lenzuolo,
da cui l’amato Lindoro, travestito da curiale, le impartiva lezioni di
canto e d‘amore, rappresenta uno dei tanti originali spunti di un
lavoro di scavo nei personaggi davvero ammirevole. La folle giornata
trascorre con ritmo travolgente e senza cedimenti: anche le pause
teatrali, nei recitativi, sono essenziali alla definizione di una
recitazione lavorata di bulino. Giovano anche i movimenti e la
gestualità del coro, ridotto opportunamente nei ranghi, costruiti come
se si trattasse di tanti solisti, che recitano, danzano e spostano
elementi scenici (ve l’immaginate le proteste sindacali, le richieste
di bonus addizionali in Italia?) calandosi con convinzione nel plot.
Oppurtuna anche la decisione di fare cantare, nella scena XIV del
secondo atto, le frase delle due contadinelle “Amanti costanti“ a
Cherubino (vestito da donna) ed a Barbarina. Altre scelte potrebbero
sembrare arbitrarie: per esempio quella di sostituire la tradizionale
poltrona bergere con il letto, che Figaro monta a vista mentre
canta l’iniziale duetto dei numeri con Susanna, obbliga a forzare un
po’ il libretto. “Pian pianin su questo letto” anzichè “seggio”
canta Don Basilio, ma sono dettagli ininfluenti nell’economia dello
spettacolo. Qualche sottolineatura di troppo, va anche messa in conto.
Per esempio durante l’aria di Susanna “Deh vieni non tardar” nella
scena del giardino, la presenza di Figaro comicamente nascosto sotto
una panca "sporca", come si dice in gergo. Distrae cioè l’attenzione
in un momento magico in cui solo Susanna deve emergere in tutta la
sognante, sensuale femminilità. Va aggiunto, in difesa dello spettacolo
-che in realtà non ha bisogno di avvocati difensori e che il pubblico
ha dimostrato di gradire con calorosi e convinti applausi- che si
avvale della agile scena mobile a pannelli firmata dal regista stesso,
dei bei costumi di Dagmar Nienfind e della suggestiva illuminazione di Freiderich Eggert:
particolarmente azzeccato l’effetto di luce al tramonto che attraversa
il vano delle finestre nella camera della Contessa- che all’estero
certe esasperazioni diventano quasi inevitabili. Si tratta, comunque
e senz’altro, di una tra le più suggestive produzioni delle Nozze viste
negli ultimi tempi, senza stravolgimenti d’epoca e d’azione a
dimostrazione che Mozart e Da Ponte dicono di per sè già tutto e di
più.
Prima di addentrarsi nella disanima sull’esecuzione
musicale che, anticipo, è parsa comunque di buon livello, si deve fare
subito un inevitabile distinguo. E cioè che esiste nel Mozart
“italiano” (e non solo quello della trilogia Da Ponte) una sorta di
spartiacque tra chi l’italiano lo domina e chi lo ha appreso a memoria
e non ha coscienza della parola cantata, non possiede una dizione
chiara e scandita. I recitativi -e che recitativi quelli dell’Abate! I
suoi libretti sono versi talmente teatrali che reggerebbero
tranquillamente la scena senza il supporto della pur sublime musica del
Divino Salisburghese- abborracciati precipitosamente come se si stesse
masticando un chewingum,
risultano un’autentica tortura, soprattutto per chi li sa a memoria.
Doppia tortura quando, perseguendo lodevoli intenti filologici, vengono
eseguiti nella loro integralità, l’unico taglio essendo in
quest’edizione l’aria di Don Basilio, ma si è fatto un favore al
pubblico più che all’interprete. Siamo alle solite: ai tempi di un
Bruscantini o di una Sciutti si tagliava senza pietà, ora non deve
mancare una virgola. Peccato che non si riesca a dare un’intonazione,
un senso a ciò che si recita. Il contrasto in tal senso è parso
abissale tra i tre italiani tre nel cast e tutti gli altri.
In primis Daniela Mazzucato, “reginetta del recitativo”
oltre che, indiscutibilmente, dell’operetta e attrice a tutto tondo: lo
sta a dimostrare la sua recente partecipazione qaule protagonista
femminile nell’ultimo lavoro messo in scena dal Teatro stabile del
Friuli Venezia-Giulia, la commedia “To be or not to be” per la regia di
Calenda e con Giuseppe Pambieri, che nella prossima stagione di prosa
girerà i principali teatri italiani. In quest’occasione ha ceduto a due
giovani colleghe Susanna, ruolo che alla Scala -nel 1973 diretta da
Abbado, a fianco di una Freni e di una Berganza- ha contribuito al suo
lancio internazionale, per debuttare nei panni di Marcellina:
caratterizzandola con una perizia ammirevole, senza scadere nella
macchietta isterica, anzi dotandola di una inconsueta e anche comica
umanità. In ciò va ulteriormente lodata la regia che ha pure sfruttato
i caratteri di Don Bartolo e Don Basilio per delle controscene molto
efficaci. I recitativi acquistano così e con lei una veridicità che fa
capire quanto siano essenziali, il connettivo di tutta l’azione
teatrale. Non stupisce, a chi la conosce da tanti anni, la perfezione
esecutiva dell’aria -tanto spesso mutilata- “Il capro e la capretta”
che facile non è e che è stata un’ulteriore Master Class
di stile mozartiano, inteso come colori, oltre che espressività,
accento e nitidezza dei suoni che nell’ampia dinamica dal pianissimo
al forte. Tutte qualità che trovano nel soprano veneziano un vero punto
di riferimento.
Naturalmente gli allori se li è guadagnati il vero protagonista, Alex Esposito,
Figaro. Questo ragazzo stupisce, proprio per la sua gioventù e per la
maturità già raggiunta. Bravura d’interprete, innanzi tutto: anch’egli
ha un dominio assoluto del recitativo, che scava e colorisce con
espressioni, anche mimiche, impagabili. Si aggiungano l'indiscutibile
presenza, la spontaneità e la simpatia che riesce a trasmettere,
l’agilità nei movimenti che lo rendono elemento teatralmente prezioso.
La vocalità è altrettanto ammirevole: mai un suono forzato,
musicalmente ineccepibile; canta col suo bel colore senza cercare di
scurire o di coprire in zona grave, che comunque ha una sua
autorevolezza specie quando il fraseggio richiede accenti drammatici e
la recitazione lo pone ad affrontare, sostenendola, l’alterigia del
Conte. Una presa perfetta del ruolo, insomma. S’intuisce uno studio
intelligente, una preparazione meditata e mirata, ma infine trionfa la
naturalezza di un talentaccio che sta nel DNA! Senza storia e senza
possibilità di raffronto, il Figaro di Nicolas Cavalier, basso
dalla pronuncia deficitaria e dalla voce voluminosa, ma fumosa nel
timbro. Riscuote successo in patria ed all'estero, passando per
specialista mozartiano. Mah!
Luciano Di Pasquale chiude idealmente il terzetto “nostrano”: il
suo Don Bartolo ha una connotazione paciosa e godereccia (si trova
steso sul letto durante il pepato duetto tra Susanna e Marcellina e,
ovviamente, tentenna verso la prima) che risulta affatto nuova:
insomma, il tempo in cui era il tutore di Rosina è passato ed il
carattere si è ammorbidito. Anche il canto del basso italiano è
morbido, come del resto la sua abbondante fisicità
suggerisce, e risolve con efficacia la celebre aria della “Vendetta”
senza dover ricorrere a toni trucibaldi. La sua presenza è poi
particolarmente godibile nella scena dell’agnizione di Figaro, durante
il “processo” a cui partecipa una macchietta teatrale, che a Toulouse è
un’istituzione: il veterano tenore argentino Riccardo Cassinelli, Don Curzio di straripante, contagiosa comicità.
Le due Susanne sono due giovani promesse di area francofona: il soprano belga Anne-Catherine Gillet e l’algerina, naturalizzata francese, Amel Brahim-Djelloul,
che nel primo cast era la deliziosa Barbarina. Brave entrambe, non c’è
che dire. La prima decisamente più esperta, avendo già debuttato il
ruolo, nella recitazione. Un po’ esagitata, sopra le righe a tratti, ma
vale sempre il discorso che all’estero usa così. Voce lirica che, però,
sta già virando verso ruoli più pesanti e che nell’acuto tende a
sparare con un’emissione che le sfugge di controllo. Son dettagli nella
composizione di un ruolo pienamente assumibile. La seconda Susanna ha
una voce interessante, seppure più da soubrette; sinceramente
penso che il nervosissimo le abbia fatto qualche scherzo al suo debutto
di ruolo, portandola a forzare alcuni suoni e ad indurire ogni tanto
l’emissione. Va, comunque, tenuta d’occhio. Entrambe, s'aggiunga,
fresche, briose e bellissime, il chè non guasta mai.
Perfetto, in tal senso, il Cherubino della parigina Blandine Staskiewicz,
guizzante e biondo adolescente, ma la vocalità è discutibile. Non tanto
per la scarsa definzione timbrica -in fin dei conti Cherubino può
essere agevolmente risolto da un soprano- in cui prevale la natura,
cioè la gioventù dell’interprete, più che una precisa tecnica di canto,
che risuona in gola e poco appoggiato. Cherubino festeggiatissimo, va
detto, dal pubblico che ne ha apprezzato la solare presenza in scena.
Il conte del baritono Andrew Schroeder,
senza far gridare al miracolo, avrebbe una vocalità di tutto rispetto,
ma non possiede -o, almeno, non ha voluto tirarla fuori in
quest’occasione- l’autorità, la nobiltà del conte, tanto nei gesti
quanto nell’espressione del canto. Peccato, perchè la figura ed il
colore sarebbero quelli giusti.
La contessa Rosina di Ricarda Merbeth ha l’handycap
di essere ... di Lipsia! Quindi troppo teutonica. Voce grande,
sonora di soprano lirico, tendenzialmente spinto, che infatti, stando
al polposo curriculum, raccoglie i maggiori consensi in Strauss
ed in Wagner, ma che Mozart lo calza a fatica e le sta stretto.
Soprattutto nel cantar piano, quando deve dominare la fluvialità della
voce. Ci riesce in “Porgi amor” che risolve con musicalità e nell’aria
del secondo atto, giustamente coronata da uno dei pochi appalusi a
scena aperta. Le viene più difficile nel duettino dei pini con Susanna.
Non parliamo di pronuncia e dizione, perchè se ci fosse stato un
concorso al peggio, la palma spettava di diritto a lei! Si rimane con
la curiosità e l’interesse di sentirla quale Senta o nella Donna senz’ombra.
Completavano il cast il Don Basilio scenicamente efficace, ma vocalmente dimenticabile, del tenore Rodolphe Briand, il funzionale Antonio del basso Frédéric Caton e, nel secondo cast, la sospirosa Barbarina del soprano Khatouna Gadelia.
Ridotta nei ranghi, l’orchestra locale si è difesa (mettiamo pure in
conto qualche sbavatura dei corni) ma la trasparenza mozartiana
latitava. E' stata diretta con sicurezza e polso deciso da Marco Armiliato,
acclamatissimo dal pubblico, direttore che al Capitole è ormai di casa.
Una lettura sostenuta da ritmo incalzante, ma non precipitosa, un
sostegno tangibile alle voci in palcoscenico. Avrebbe giovato una
maggiore attenzione ai colori ed una dinamica più sfumata, specie nei
pezzi d’assieme. Ma s'intuisce la lotta che avrà dovuto sostenere e
con l'una a far suonare piano e col palcoscenico a garantire la
quadratura e la cantabilità. Già così, comunque, averne e trattandosi
-credo- di un debutto, assai promettente.
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