| Scandalo al sole |
| Scritto da Andrea Merli | |
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Sassari LA PIETRA DEL PARAGONE -Gioacchino Rossini Paola Cigna, Francesca Pierpaoli, Daniela Pini, Leonardo Caimi, Mirco Palazzi, Matteo Ferrara, Riccardo Novaro, Dario Benini. Direttore: Gianluca Marciano. Regia: Gianni Marras. Scene e costumi: Davide Amadei. Teatro Verdi, 26 ottobre.
Una ventata d‘aria fresca. Così si può idealmente definire la rossiniana Pietra del paragone, paragonabile appunto ad una folata di brezza marina tra le vetuste ed un po‘ fanée mura del Teatro Verdi che a Sassari ospita la breve, ma intensa, stagione lirica. Melodramma giocoso in due atti, libretto -un po’ prolisso, a dire il vero, nel voler moltiplicare gli effetti che si affastellano, specie nel secondo atto dove si ripetono un po’ le situazioni del primo- di Luigi Romanelli, segnò il 26 settembre del 1812 il debutto del ventunenne Gioacchino nella mitica Sala del Piermarini e la sua definitiva affermazione. All’iniziale fortuna, l’opera circolò fino al 1830 col titolo alquanto strano di Sigillara per poi definitivamente scomparire dai palcoscenici -già, i gusti erano all’epoca in rapida evoluzione- seguì un silenzio più che centenario e, per quanto il Fogazzaro citasse quale “canzonetta” (ma ne avrà davvero conosciuto l’origine?) l’aria di Pacuvio “Ombretta sdegnosa del Missipipì” nel Piccolo mondo antico, bisognerà attendere tempi relativamente moderni (la fine degli anni ‘50 dello scorso secolo, un‘edizione, per altro tagliatissima, alla Piccola Scala) per riascoltarne la follia organizzata. A Sassari l‘hanno apprezzata per la prima volta ora, ma certo più d‘uno avrà notato che l‘estroso Cigno di Pesaro sfruttò lo spartito quale inesauribile miniera di autoimprestiti, secondo la consolidata prassi di un tempo in cui il plagio, specie se di musiche proprie, era all‘ordine del giorno. Diventa quasi un gioco, nella giocondità dell’opera, riconoscere le citazioni… future! E così, tanto per fare due soli esempi, la Sinfonia è quella che poi finirà nel Tancredi, il temporale passerà, via via, all’Occasione fa il ladro ed al Barbiere. Carta vincente in questa nuova produzione è stato l‘allestimento, praticamente una scena fissa che rappresenta la tolda di un lussuoso panfilo, in cui con un semplice spostamento degli elementi corporei si ottengono le cornici alle diverse situazioni. Si è intuito che il rapporto qualità prezzo era ottimale e quindi doppia lode a Davide Amadei che ha firmato anche i costumi rigorosamente attuali poichè nella azzeccatissima idea registica di Gianni Marras, un sassarese che ritorna con esito felicissimo nella città d‘origine, ci si trova sulla Costa Smeralda, attraccati probabilmente a Porto Cervo, nel mondo frivolo e fatuo popolato di miliardari, spesso solo a parole e di appetibili quanto disponibili veline: il famigerato mondo del gossip. L’inizale satira ottocentesca, tra ridicole pretenziose (Donna Fulvia e la Baronessa Aspasia anticipano chiaramente le due sorellastre di Cenerentola e sono qui l'una biondissima Madonna e l’altra conturbante e rossa Jessica Rabbit), fotografi senza scrupoli -Macrobio è tale quale Corona!- e giornalisti a metà strada tra l’isterico e l’effemminato -il poeta Pacuvio, una sorta di Alfonso Signorini, ricorda anche lo sfigatissimo coinquilino in mutande di Hugh Grant nel film Notting Hill- si adatta perfettamente ai tempi moderni. Bastano minimi ritocchi nel testo -assolutamente giustificabili- per farne una garbata pochade dal taglio spigliato e teatralissimo, quasi si trattasse di un Musical alla Anything Goes! per intenderci. Da tempo a teatro non ci si divertiva tanto e non si sentivano tante risate tra il pubblico. Che poi tra quello più serioso della “prima” (questa cronaca si riferisce alla recita domenicale) ci fossero anche dei Soloni in vena di disapprovare, lo si può anche mettere in conto. Ma diamine, se non si può -anzi si deve!- andare oltre le righe e squadernare nelle opere giocose, dico io, quando lo si può fare? Chi non ha perso un colpo è stato il pregevole cast under 40. Lo ha fatto notare l’entusiasta direttore d’orchestra Gianluca Marcianò che già l’hanno scorso si esibì dal golfo mistico del Verdi in una brillante lettura de Le mammelles de Thiresias. Non ha certo trascurato nè il ritmo nè la vivacità di Rossini che scrisse, oltre a pagine di squisito belcanto, costruzioni indiavolate per meccanica intersecazione di voci e strumenti nei pezzi d’assieme, concertati con precisione. Seguito, in ciò, dall’ottima orchestra dell’Ente Concerti “Marialisa De Carolis” e dall’agile coro maschile Corale Santa Cecilia, diretta da Gabriele Verdinelli. Paola Cigna, svettante vocalmente e pungente interpretativamente, è stata una spigliatissima Donna Fulvia, cui ha fatto da perfetta spalla un’altrettanto puntuale e scenicamente irresistibile Francesca Pierpaoli, Baronessa Aspasia. La parte dei nobili, di fatto e soprattutto di cuore, spetta nell’economia dell’opera a Don Giocondo, l’aitante tenore Leonardo Caimi che se l’è sbrogliata con onore e scioltezza nei meandri di una vocalità irta di agilità e acuti, a Don Asdrubale, cantato con ottimi mezzi ed ammirevole aplomb dal basso Mirco Palazzi, che alla nota malinconica e misogina del personaggio aggiunge l’esilarante caratterizzazione del mafioso, che parla turchesco e distribuisce euro e, soprattutti, la Marchesa Clarice, che grazie al mezzosoprano Daniela Pini trova l’autorevole accento di Isabella dell’Italiana e l’accorato sentimento dell’Angelina in Cenerentola: brava ed assolutamente in parte, tanto quale seducente Vamp nero chiomata, quanto nelle vesti del finto gemello, Capitano di marina. Ma la simpatia travolgente, mediata anche da esilaranti situazioni musicali, compete ai due ruoli di Pacuvio e Macrobio, I bravissimi baritoni Matteo Ferrara e Riccardo Novaro hanno sostenuto le rispettive parti con un’aderenza teatrale degna dei grandi comici del nostro teatro leggero e con un’altrettanto apprezzabile resa vocale. Cosa riesca a fare il primo durante il Temporale, quando si immerge in tuta da sub e viene assalito da uno squalo e cosa combini il secondo a caccia di scoop con un gigantesco teleobbiettivo, non si può spiegare! Citiamo, infine, il basso Dario Benini, Fabrizio sempre col fischietto in bocca, chiamato a dirigire… il traffico! Una macchietta? Si, gustosissima. Del successo caloroso e convinto alla fine, s’è anticipato: piuttosto sarebbe un vero delitto che questa delizia teatrale si arenasse qui, dopo poche recite. Direttori artistici, forza: fatevi sotto! |