| Ma parli come badi! Ovvero, arridatece la Vedova! |
| Scritto da Andrea Merli | |
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Milano
LA VEDOVA ALLEGRA – Franz Lehar Wolfgang Bandel, Nino Surguladze, Will Hartmann, Eva-Maria Westbroek, Dimitry Korchak, David Adam Moore, Alex Kaimbacher, Alessandro Paliaga, Francis Dudziak, Andrea Snarski, Philippe Daverio. Direttore: Asher Fisch. Regia: Pier Luigi Pizzi. Teatro alla Scala, 11 novembre. “Alla Scala bisogna essere filologici e la vecchia versione italiana, cara alla tradizione peninsulare, sarebbe intollerabile. Dunque si canta in tedesco. Con Stéphane Lissner e il suo coordinatore artistico Gaston Fournier-Facio siamo d'accordo di eliminare i dialoghi che ci sono sembrati improponibili anche tradotti”. Parola di Pier Luigi Pizzi. Die lustige Witwe, “La vedova allegra” per tutti noi “peninsulari” (ma anche per chi vive nelle isole penso e credo), a cento tre anni dal suo fortunatissimo debutto a Vienna, dopo essere approdata in Italia la prima volta proprio a Milano, ma al Teatro Dal Verme, nel 1907 protagonista Emma Vecla, che raggiunta la 500esima replica -e si fa presto a dirlo!- ricevette da Lehar in persona una medaglia di riconoscimento, Anna Glavari, insomma, ha fatto il suo ingresso nell'austera sala del Piermarini. Intendiamoci, l'hanno costretta, quasi forzata. Lei, la Vedova, non ne sentiva di certo l'urgenza continuando a volteggiare nei vortici del valzer in giro per il mondo. Ora, parlare di filologia -termine quanto mai abusato- nell'operetta è come bestemmiare in chiesa. Se c'è un genere che esige la contaminazione, l'adattamento alle più svariate lingue, dal giapponese all'arabo, nella ricerca di pura e semplice evasione che si raggiunge attraverso la comunicazione diretta ed immediata e la complicità con il pubblico, è questo. Naturalmente si deve rispettarne lo spirito, la musica e mantenersi a dei livelli, specie nei casi in cui si intenda -altro errore per un genere che nasce “popolare”- nobilitarla, come molto probabilmente era nelle intenzioni di Pizzi e dei direttori della Scala. Di buone intenzioni, però, è risaputamente lastricata la strada dell'inferno. Rinunciare alla parte recitata nell'operetta -ma il discorso vale per la zarzuela, per il Musical come per i recitativi secchi dell'opera pre romantica: si pensi per fare un esempio ai libretti scritti da Lorenzo Da Ponte, autentici capolavori teatrali oltre che poetici, e si comprenda lo sproposito, l'enormità del delitto- significa una sola cosa: non crederci. Ed allora è meglio lasciar perdere. Un corpo senza scheletro -e che quello della Vedova, sia per quanto riguarda il testo originale di Viktor Léon e Leo Stein che nella “vecchia” traduzione di Ferdinando Fontana, poeta della Scapigliatura e, tra l'altro, librettista pucciniano giova ricordare, sia “improponibile” sembra un giudizio temerario- non si regge. E così “l'operazione vedova”, parafrasando una felice battuta della "intollerabile" versione italiana, è abortita nel nascere. Certo, Pizzi è, quanto meno, sinonimo di qualità, l'orchestra della Scala -sul coro in quest'occasione, si taccia- è pur sempre superiore a quella disponibile normalmente per un'operetta, ma lasciare a Philippe Daverio, opinionista di fama soprattutto lombarda, il compito di narrare -male, male amplificato e con dizione spesso inintellegibile- la trama, infarcendola pure di svarioni storici e musicologici, è stata una scelta che non si esagera nel definire sciagurata: lo ha fatto nel 1993 a Glyndebourne Dirk Bogarde, ma, al di là dei risultati raggiunti in quella sede, stiamo scherzando? Il parallelo ha semplicemente del grottesco. Lo spettacolo, in sé, avrebbe una sua tetra, mesta eleganza: una cornice riflettente che rispecchia la sala spesso illuminata per un gioco di teatro nel teatro che, pur non costituendo una novità, funziona sempre da quando Visconti lo ideò per il finale de La sonnambula con la Callas, quinte nere ed attrezzo (più che scene vere e proprie) bianco per evocare l'epoca della Musical Comedy hollywoodiana -anche questa è una scelta che non giunge nuova ed in Pizzi prevedibilissima- dei costumi adeguati ai tempi e, va detto, sfarzosi e luccicanti per le donne. Registicamente Pizzi ha pescato a piene mani dalle precedenti Vedove: si parte con la citazione cinematografica di Lubisch, ma c'è anche il Bolognini della Vedova romana con la Kabaivanska e, addirittura, il Gino Landi di quella triestina con la Serra! Se si tratta di un tributo volontario, complimenti. Come quello, evidentissimo, di evocare via via Wanda Osiris all'ingresso della Glavari, che scende la scalinata attorniata da boys e poi in passerella distribuisce rose rosse al pubblico (quelle della Wandissima erano impregnate di costoso profumo Arpege...), la Dietrich vestita in abiti maschili e la Harlow, mollemente distesa su canapè. Peccato che, delle tre Divine citate, la protagonista Eva-MariaWestebroek non evochi nemmeno l'ombra. La sua figura matronale risulta spesso, come dire?, ingombrante e comunque troppa per un partner che le arriva sotto il mento. Il vero guaio è che manca di un'identificabile personalità di attrice: ciò si è reso particolarmente evidente nel melodramma del secondo atto, quando deve, comunque, recitare sulla musica. Non si parli di charme, di femminilità conturbante, di potere di seduzione. Attributi che, anche nelle intenzioni registiche, dovrebbero appartenere al personaggio. Quel che delude maggiormente, però, è il versante vocale: voce sonora, importante, è vero, ma tesa già sul Si naturale nell'arioso dell'ingresso e nella conclusione della Vilja, dove ha pure avuto difficoltà ad articolare le parole e che cantata da lei suonava “Vila”. Acuti stiracchiati, insomma: un grido prossimo alla stonatura il primo, un pianissimo inudibile il secondo. Nel duetto “Tace il labbro”, infine, è stata provvidenziale la calata del sipario di specchi -in realtà tutta l'operetta sembra risolversi con siparietti alla moda televisiva degli sketch- perché ha dato l'illusione di una chiusa in smorzando, mentre entrambi, Anna e Danilo, cantavano a squarcia gola. Sarà che nel repertorio d'aria germanica siamo ormai rassegnati alle urla, ma in Lehar, né più né meno che in Mozart, la linea di canto ha la sua importanza, eccome! Il Danilo tenorile di Will Hartmann -agevolato da un rialzo di tono rispetto all'originale tessitura baritonale... e si parla di filologia!- canta bene, si muove con agilità, ma il tono blasé del personaggio non gli appartiene e in quanto a grinta e fascino sono quelle di un impiegato al catasto. Meglio l'altra coppia, Valencienne e Camillo: Nino Surguladze, mezzosoprano, è fin troppo spigliata -pur dichiarandosi “donna onesta” si concede ripetutamente in scene che vorrebbero essere conturbanti e prendendo sempre lei l'iniziativa- Dmitry Korchak è più in parte: un simpatico e brillante innamorato, cantato con stile e bella voce, da cui ci si poteva aspettare, però, il Do acuto nell'aria “Come di rose un cespo” preso in pianissimo. Ma già così va bene. Gli altri? Mutilati della parte recitata hanno poco da cantare e niente da dire. Le tre mogli degli addetti d'ambasciata vengono, addirittura, fagocitate dal coro. Si spendano due righe per la direzione di Asher Fisch. Un Maestro che si dice sia bravo nel repertorio sinfonico, ma che dell'operetta non ha capito nulla. Direzione senza slancio e spesso noiosa. Come del resto lo spettacolo che ha ricevuto risicati applausi a scena aperta, ma che alla fine è stato coronato da un successo sproporzionato. Complice l'uso della passerella, vetusta “tradizione peninsulare” che fa molto avanspettacolo e alla quale, ruffianamente, non s'è voluto rinunciare. |