| Marin Faliero |
| Scritto da Andrea Merli | |
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Sassari MARIN FALIERO - Gaetano Donizetti Giorgio Surjan, Luca Grassi, Ivan Macrì, Luca Dell’Amico, Leonardo Gramegna, Rachele Stanisci, Paola Spissu, Domenico Manini, Giuseppe di Paola, Enrico Marchesini, Aleksandar Stefanosky, Silvano Tola, Claudio Dionisi, Marco Ortu. Direttore: Bruno Cinquegrani. Regia: Marco Spada. Teatro Verdi, 3 ottobre. Marin Faliero nel 1835 a Parigi competè con I puritani del Bellini -il quartetto di protagonisti fu lo stesso per entrambe le opere- soggiacendo al maggior successo dell’ultima opera del Catanese. Poco concede il morchioso libretto di Giovanni Emanuele Bidera a tenore e soprano, che pure dovrebbero costituire il nocciolo drammatico della vicenda. Viceversa il Bergamasco concepì per la Grisi e, soprattutto, per Rubini passi difficili. Per il secondo una tessitura impervia, addirittura sadica con sovrabbondanza di RE naturali e fin su al MI bemolle, nota proibitiva per un tenore. Nell’economia dell’opera giocano un ruolo determinante il baritono ed il basso -ai tempi erano Tamburini e Lablache- che anticipano i grandi ruoli del Simon Boccanegra e del Don Carlo e Verdi ne seppe cogliere il messaggio. A Sassari lo spettacolo di rara suggestione coglie della città lagunare l’essenza in una luce che trasfonde dai colori ramati dell’Arsenale, al verde putrido dei canali. Pregevole la scena fissa creata da Alessandro Ciammarughi, un incombente muro ad elisse, che ha firmato anche i preziosi costumi. Ottima l’illuminazione di Luigi Pirandello. La regia di Marco Spada dà poi il tocco finale con una recitazione curata del singolo, più propria del teatro di prosa. La parte musicale più che convincere, ha conquistato. Innanzitutto per la professionalità di un protagonista di tutto rispetto quale si è dimostrato Giorgio Surjan, che si è appropriato di un ruolo che gli calza come un guanto. Il baritono Luca Grassi, nel ruolo di Israele, ha esibito duttilità vocale con un canto gagliardo e toccante nella scena finale in cui dà l’addio ai figli e si prepara a morire. Rachele Stanisci, Elena, possiede vocalità sicura, timbro pregevole e grande sensibilità di interprete, carte vincenti in un ruolo creato per la Grisi che le sta a meraviglia. In quest’opera, comunque, tutti attendono al varco il tenore: il giovane Ivan Macrì si è rivelato un ottimo Fernando, non solo ha superato agilmente i salti mortali nell’estrema ottava superiore, ma era musicalmente ben preparato e scenicamente credibile. Buone le parti di fianco iniziando dagli altri due tenori: Leonardo Gramegna, sonoro quale infido Leoni e Domenico Menini, squillante nell’acutissima barcarola del gondoliere. Da non perdere di vista il basso Luca Dell’Amico, perfido Steno; ancora, il Pietro del baritono Enrico Marchesini, il Beltrame del basso Giuseppe di Paola, l’elegante Irene di Paola Spisu. Concludiamo prendendo atto della bravura della Corale "Luigi Canepa" diretta da Antonio Costa, e della precisione dell’orchestra dell’Ente. Last bat not least il direttore d’orchestra Bruno Cinquegrani che appartiene a tutto titolo allo sparuto numero di chi sa dirigere l’opera "all’italiana", sostenendo le ragioni del canto specie in situazioni come questa in cui tutti erano al debutto, senza rinunciare ad un’individuabile chiave interpretativa. |