Don Pasquale
Scritto da Andrea Merli   

Brescia

DON PASQUALE - Gaetano Donizetti

Alessandro Spina, Samuele Simoncini, Davide Bartolucci, Ilina Mihaylova, Gianluca Fasano. Direttore: Francesco Maria Colombo. Regia: Mariano Dammacco. Teatro Grande, 10 ottobre.

Don Pasquale è opera che alcuni prendono sottogamba, considerandola, in senso quasi riduttivo, un’opera buffa, tutto sommato poco più di una farsa. Viceversa, non solo è l‘ultimo, glorioso, esempio dell‘opera comica italiana, venata per altro da un’amara filosofia nello scontro, sempre attuale, tra gioventù vincente e la non accettazione dell’inevitabile senescenza e solcata dall’emozionante piega patetica che si manifesta nel ripensamento di Norina, che dopo aver appioppato lo schiaffo al malcapitato protagonista, ne rimane commossa e pentita. Don Pasquale è soprattutto banco di prova di vocalità belcantistica e d‘interpretazione. Popolare certo, como lo sono Elisir e Lucia, da giustificarne l’inserimento con periodica puntualità nel circuito lombardo, ma forse non proprio adatta a giovani principianti.

O almeno, se spazio si deve dare a debuttanti in grado di dimostrare un superiore livello vocale nei tre ruoli di Ernesto, Norina e Malatesta, andrebbero sostenuti da una regia esperta, confortati dalla presenza di un protagonista che possa dominare la scena e stimolarli pungolandoli nel ritmo teatrale. Tant‘è: il concorso indetto dall‘As.Li.Co. ha trovato gli elementi idonei per Norina e Malatesta, ma son rimasti purtroppo vacanti i ruoli di Don Pasquale e di Ernesto. Postilla: quest‘opera, a dispetto del titolo, è comunque opera "di tenore": lo sta a dimostrare l’abbondante discografia in cui troneggiano, per limitarci a tempi recenti, tale Luciano Pavarotti e certo Alfredo Kraus. Bazzecole, appunto.

Non si tratta di fare in questa sede pericolosi quanto sterili paragoni, né si vuole sparare a zero sulla Croce Rossa, come a volte si è accusati di fare quando si deve pur esprimere un giudizio negativo in circostanze che hanno tutte le attenuanti: pochi mezzi, teatro di provincia ed un lungo eccetera. Non di meno, trattando del Don Pasquale andato in scena al Teatro Grande di Brescia, non si può passare in silenzio sull‘inadeguatezza del tenore Samuele Simoncini, Ernesto, che per natura avrebbe un bel timbro ed una considerevole voce corposa. A parte il fisico troppo robusto, difficilmente sdoganabile oggidì per la parte del giovane galante innamorato, paragonato poi implacabilmente nel libretto ad un "uom decrepito, pesante e grasso" che nella realtà secnica risulta essere uno spilungone, Simoncini canta l‘ottava superiore stringendo gli acuti in un unico suono stridente, ha difficoltà a modulare il suono compromettendo, così, la linea musicale. Una prova d’appello gliela si vorrebbe concedere, ma dopo esser corso ai ripari, se ancora ne avesse tempo e voglia, delle evidenti mende. Non ha convinto neppure Alessandro Spina, Don Pasquale, un basso che forse si potrebbe scoprire addirittura tenore. Voce senza sostanza in zona grave, si rifugia nel parlato e denuncia affanno nel canto sillabato. Interpretativamente, poi, non può reggere il ruolo. Meglio, allora, il pur acerbo scenicamente, ma dotato di bella e fresca voce, Malatesta di Davide Bartolucci e la Norina del soprano bulgaro Ilina Mihaylova, dal timbro non particolarmente affascinante, ma con la voce ben impostata, facile all‘acuto e precisa nelle agilità. La direzione di Francesco Maria Colombo, puntuale e solerte, non poteva certo sollevare le sorti di uno spettacolo ulteriormente affossato dal nuovo allestimento. Bisogna fare un’ulteriore sforzo per definire "nuovo" un’accozzaglia di stili che mescola il primo ottocento nei costumi e l’Art Deco delle scene. Un discorso a parte meriterebbe la "non regia" di Mariano Dammacco, che in mancanza di idee originali si rifugia nel manierismo più sdolcinato, compiendo anche vistosi errori: valga per esempio quello dei testimoni al matrimonio invocati dal notaio, che una volta raggiunto il numero legale con il sopraggiungere d’Ernesto, non firmano il contratto. Un Don Pasquale che il pubblico, va detto, ha accolto con calore e cortesia, ma che si vorrebbe dimenticare presto.